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Perché la pace in Israele riguarda tutti noi

Un’organizzazione non governativa, J-street, prova a rilanciare il processo di pace dalla parte degli occidentali. Potrebbero esser fatti loro (di Israele, degli ebrei, dei palestinesi), ma io credo di no. Israele non è una storia privata ma è una storia rappresentativa di tutti i nostri problemi: cosa vuol dire essere nazione, cosa vuol difendere il senso di appartenenza di un popolo, il confine fra laicità necessaria e sentimento identitario anche religioso, le dinamiche demografiche che mettono a repentaglio il principio "una testa un voto". I problemi di Israele sono i nostri problemi ingigantiti, ma guai a pensare che noi "occidentali" siamo estranei, o lontani. Tendiamo a chiedere ad Israele di comportarsi con una calma ed una pacatezza di fronte a problemi 1000 volte più grandi dei nostri, mentre noi reagiamo spropositatamente a qualunque disturbo. Siamo infastiditi da un barcone di qualche centinaio di immigrati da assorbire in un Europa di centinaia di milioni di abitanti, e chiediamo ad Israele di negoziare con milioni di persone che chiedono di rientrare nei suoi confini. Oppure le moschee: qua ci infastidiamo se si prega in un capannone industriale abbandonato, ad Israele non riconosciamo il merito d ospitare una moschea sul suolo sacro del Tempio. Insomma io vedo anche un serio pericolo nel doppiopesismo dell'occidente, che tratta Israele diversamente da se stesso: "Doppio peso e doppia misura sono due cose in abominio al Signore. (Proverbi, 20.10)"

 

Pubblicato il 30/10/2009 alle 14.21 nella rubrica Diario.

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